martedì 28 ottobre 2014

Il Madagascar di padre Giuseppe Nicolai

Dal 1987 il sacerdote dehoniano vive la sua esperienza missionaria nel Paese africano dove vive «un popolo povero ma sempre contento». «Sono disponibile allascolto e a incontrare le necessità materiali e spirituali delle persone»
Abbiamo incontrato padre Giuseppe Nicolai, imolese di adozione, missionario in Madagascar. Gli abbiamo chiesto di parlarci della sua attività e dei suoi rapporti con il popolo malgascio.
Come è nata la tua vocazione ?
Sono in Madagascar dal 1987, da più di 20 anni; sono missionario della congregazione del Sacro Cuore di Gesù, più popolarmente conosciuta come dehoniani.
Ero religioso, diacono. Ad un certo punto ho sentito la necessità di partire per la missione e sono stato inviato in Madagascar dove la mia congregazione era già presente da anni.
Perchè hai rispreso gli studi?
 Andando nei villaggi, dove le persone aspettano e chiedono la presenza del sacerdote, mi sono reso conto delle tante necessità della gente e sentendo il vescovo, che desiderava avere altri sacerdoti per soddisfare il più possibile i bisogni spirituali del suo popolo, ho chiesto di riprendere gli studi. Sono tornato per quasi tre anni in Italia, ho terminato gli studi di teologia e nel 1995 sono ripartito per il Madagascar come missionario sacerdote.
Cosa hai visto in Madagascar?
Nel corso degli anni mi sono convinto che rapportarsi con il popolo del Madagascar significhi soprattutto essere disponibili all’ascolto, pronti a venire incontro alle necessità delle persone. Le necessità sono tante e diverse: da quelle materiali (molti hanno bisogno di vestiti, di scarpe, ecc.) a quelle spirituali. I malgasci hanno bisogno di una guida, della presenza del sacerdote, che sentono come un "inviato di Dio". Per loro il missionario è una persona che lascia la propria terra, i propri affetti per restare con loro e condividere la loro vita. In cambio danno tanta gioia e serenità: è difficile vedere un malgascio triste, cominciando dai bambini ai giovani e agli adulti. Ho visto adulti malati, lebbrosi, malati di tubercolosi ricoverati dalle suore sempre con il sorriso sulle labbra, capaci di esprimere la gioia di vivere. Non si lamentano mai, ma dicono: c’è sempre qualcuno che sta peggio di me.
Quali sono le condizioni di vita dal popolo malgascio?
La vita della gente è molto semplice. Lì si coltiva prevalentemente il riso. Abbiamo insegnato nuove tecniche agricole, portato vari strumenti di coltivazione e proposto altre colture. La terra è molto fertile e i malgasci hanno voglia di lavorare: non si può certo dire che siano pigri: basta vederli lavorare sotto il sole cocente a 40-45 gradi per delle ore per raccogliere il frutto del proprio lavoro. Nella zona in cui vivo c’è anche molta pesca, siamo sul più grande lago del Madagascar, che è molto pescoso e con tante varietà di pesce, che viene anche essiccato e venduto in altre zone. Pure il riso prodotto (la nostra zona è la risiera del Madagascar) serve per il consumo interno e viene esportato, assieme al pomodoro. Il problema maggiore è la mancanza di acqua e per supplire a ciò abbiamo insegnato a scavare pozzi, per cui nei villaggi più grandi vi sono ora pozzi e pompe per l’acqua. Nelle case non c’è acqua corrente. La vita in Madagascar è diversa da quella alla quale siamo abituati in Italia; se un ragazzo mi chiedesse di parlargli della vita dei malgasci gli direi semplicemente: vieni, vedi, sperimenta… e poi fai!
Qual è la situazione sociale?
In Madagascar non c’è una classe media: vi sono i poveri, che sono davvero poveri, e i ricchi.
Il Paese sta vivendo un periodo di trasformazione.
Avete mezzi d’informazione che consentano la conoscenza della situazione reale?
I giornali arrivano solo nelle grandi città, non nei villaggi. L’informazione nei villaggi è possibile solo attraverso la radio; c’è una radio quasi nazionale, gestita dai Salesiani, "Radio don Bosco". La televisione si vede solo nelle città e non nell’interno dell’isola; d’altra parte i televisori costano moltissimo ed i malgasci non possono acquistarli. Nelle città ci sono anche i computer e internet, altrove non ci sono, anche perché non c’è corrente elettrica. Questa comincia ora ad arrivare, per qualche ora al giorno, nei villaggi più grandi.
Quali sono gli impegni nella tua giornata-tipo?
Posso parlare della giornata della piccola comunità in cui vivo. Siamo in tre: io, un sacerdote malgascio ed uno studente che si prepara ad affrontare gli studi di Teologia. La nostra giornata inizia alle 5; alle 5.45 ci sono le Lodi in chiesa con la gente e le suore; poi si celebra la Messa e, dopo la colazione, si inizia il lavoro. Abbiamo un campo da coltivare: il sacerdote e lo studente lavorano lì; io resto in casa per ricevere le persone che vengono continuamente per le loro necessità. Altrimenti vado nella città vicina, che dista 22 chilometri e mezz’ora di viaggio, per varie necessità. Tutti i lunedì ci vado per partecipare alla riunione di tutti i sacerdoti, organizzata dal vescovo. Durante la settimana mi capita di ritornarvi per alcune commissioni: abbiamo una piccola falegnameria ed una piccola officina meccanica e spesso occorrono attrezzi o pezzi per le macchine. Si pranza alle 12, poi si riposa un po’ e si riprendono le attività alle 14, con le visite alle persone, nei quartieri, fino alle 18-18.30. Poi c’è l’Adorazione, il Vespro e la cena. Dopo cena ci si ferma un po’ a parlare e poi si va a dormire.
Come sono organizzate le vostre comunità e le chiese?
Abbiamo venticinque villaggi e venticinque chiese. Nei villaggi i catechisti sono il braccio destro dei sacerdoti e fanno ciò che in Italia fanno solitamente i diaconi, i ministri e gli educatori: si interessano sia delle cose spirituali, sia delle necessità delle persone e fanno fronte alle diverse urgenze. Si occupano della scuola di catechismo, curano la liturgia della Parola nelle varie chiese, dove il sacerdote non può essere presente. C’è poi, in ogni villaggio un comitato, formato da un presidente, un segretario e un economo, che organizza il coordinamento fra tutti gli ambiti della pastorale ed è il punto di riferimento fra la comunità e il sacerdote.
Come valuti, nel complesso la tua esperienza?
Arrivando là mi si sono aperti vasti orizzonti: ho certamente incontrato difficoltà , ma ho trovato anche tanta gioia nella risposta delle persone, e quindi tanta soddisfazione. Ringrazio sempre il Signore per avermi dato l’opportunità di fare questa grande esperienza.
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